Tutti noi abbiamo quell’amico che afferma fieramente di non avere un canale Facebook. “Non ho bisogno di uno spazio virtuale dove vivere le mie relazioni, mi basta la vita vera”. Quest’affermazione non ha niente di sbagliato in sé, se non fosse che oggigiorno “vita vera” e “vita virtuale” non sono più due concetti separati. Ma andiamo con ordine.

Un tempo per essere online e poter dialogare con amici molto distanti, bisognava accendere il proprio PC e collegarsi a uno dei tanti programmi di messaggistica, come il compianto MSN Messenger. Una volta spento il computer ritornavamo alla quotidianità della vita offline, rimandando le chiacchierate con amici lontani alla prossima accensione.

Ebbene, tirate fuori dalla tasca il vostro smartphone e rispondete a questa semplice domanda: sapete cosa state tenendo in mano? Rispondere “un telefono” non è sufficiente: quello che avete in mano è un ingresso tascabile al mondo della rete. Che cosa significa? Che grazie a questi dispositivi avete la possibilità di essere costantemente online, eliminando a tutti gli effetti il bisogno di un PC per svolgere ricerche o contattare parenti o amici dall’altra parte del mondo. In poche parole, gli smartphone e gli altri strumenti digitali di cui disponiamo hanno letteralmente infranto la barriera che separava le dimensioni “online” e “offline”.

Ripensando all’affermazione dell’amico scettico e a quanto detto finora a proposito degli smartphone, verrebbe naturale chiedersi  se questa nuova dimensione abbia effettivamente portato a una “spersonalizzazione” dei rapporti umani. A questa domanda ci viene da rispondere negativamente, perché non è necessariamente vero che chiacchierare sui social porti a una perdita di interesse per il dialogo vis-à-vis. Tutto ovviamente dipende dal modo in cui si utilizzano gli strumenti di cui oggi disponiamo.

Pensate che già negli anni ’60 si discuteva su questo argomento e uno dei maggiori protagonisti al riguardo è stato senza dubbio il sociologo Marshall McLuhan. Nella sua opera Understanding Media, lo studioso espone le sue considerazioni in merito a cosa possa essere definito “medium” e quali siano le potenzialità offerte all’uomo dall’utilizzo di questi particolari strumenti. Senza addentrarci nello specifico, ci preme evidenziare che McLuhan concepiva i media (tra le altre cose) come elementi in grado di potenziare le facoltà proprie dell’uomo.

Volendo prendere ad esempio i Social Media (che ovviamente McLuhan non ha conosciuto!), potremmo definirli come degli spazi virtuali in cui l’uomo ha la possibilità di dialogare o condividere messaggi con migliaia di persone, senza problemi relativi alla distanza temporale o spaziale. La facoltà del dialogo viene in questo caso amplificata dall’utilizzo dei Social Media e non la rende qualcosa di “altro” rispetto al dialogo offline. In fin dei conti siamo sempre noi gli artefici del discorso, che sia online o offline.

Tornando alla domanda che ci eravamo posti, possiamo concludere affermando che è sbagliato etichettare i media digitali come pericolosi strumenti di spersonalizzazione, perché tutto dipende in realtà dal modo in cui vengono utilizzati. Il dialogo è ancora possibile e di certo non è il semplice utilizzo di uno schermo a renderci degli automi.

Come al solito, il punto della questione è imparare ad utilizzare adeguatamente gli strumenti di cui disponiamo, senza mai dimenticare che al centro ci siamo noi e il nostro desiderio di relazionarci con gli altri. E se i Social Media ci possono aiutare a mantenere costanti i nostri rapporti con amici o parenti lontani, ben venga!